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Suono di campana

Suona la campana, i monaci si recano in processione alle proprie stalle. Alcuni turisti di passaggio, tentano di sedersi comodamente sulle panche della nave. Pensavano di assistere ad un specttacolo di danze georgiane, ma invece i banchi senza nessun’imbottitura della chiesa abbaziale li fa pensare che si sono forse sbagliati, e che sarebbe quel famoso canto gregoriano, per loro finora una semplice parola astratta. Giacche è gratuito, la curiosità si fa encora più viva . Ma cos’ è questo canto ? Più tardi spiegheremo loro che questo tipo di canto liturgico proviene da San Gregorio Magno, e ne ha preso il nome . Ma la storia ha l’arte di crear sacchi d’imbrogli e non ci si deve fidar tanto delle semplificazioni frettolose. San Gregorio I°, detto Magno, non sapeva che le sue scelte liturgiche avrebbero dato il via al famoso canto gregoriano. E per di più non sapeva neanche lui che era così grande da fare “post mortem”delle opere così grandi.
Il Concilio Vaticano II indica il gregoriano come « il canto vero e proprio della liturgia romana » . Non si tratta qui di una definizione ma di una constatazione in cui la Chiesa si è sempre riconosciuta e una pratica a cui ha voluto sempre essere fedele.
La preghiera liturgica è il fulcro della vita ecclesiale. La Chiesa si è sempre fatto un dovere di purificare la fauna sentimentale dei suoi fedeli. Per favorire la pietà, essa ha ricercato formulazioni armoniose nella propria espressione artistica, nel canto e fino per l’ambiente architettonico. Perciò la preghiera liturgica, che è preghiera pubblica, si è sviluppata negli oratori. Essendo detto questo, si evidenziano parecchi punti.

Il canto gregoriano non è cantato all’aria aperta. Neanche è un canto per sala da spettacolo, o per uno studio di registrazione. Ispirato per la preghiera e l’azione di grazie, si canta gratuitamente per amore di Dio. Infine la lingua usuale è il greco e suprattutto il latino, e così il gregoriano venne direttamente influenzato dalla pronuncia accentuata del latino.

Il canto gregoriano non va cantato all’aria aperta. Esistono pure delle eccezioni : canti di processione, opere per circostanze straordinarie ad esempio le “acclamazioni carolingie” o anche un certo canto gregoriano popolare così come si può incontrare nel “Triduum pascale” per le confraternite dei penitenti. In Francia la tradizione va mantenuta per esempio a Perpignan. C’é da menzionare anche il « Llivre Vermell » del monastero di Montserrat nella Catalogna. Canto d’oratorio, è proprio in quegli edifici pubblici privi di tutto quello che non c’entra con il culto che avenne la genesi del canto gregoriano. E proprio per questo motivo avrà certe caratteristiche. Ogni chiesa, anche piccola, gode di un’acustica ampia già che dentro ci sono pochi mobili e per questo ne deriva implictamente un modo di cantare particolare. « La risonanza di una chiesa contribuisce, per motivi culturali comuni all’oriente ed all’occidente, a darle il suo carattere d’edificio sacro. Questo fattova tenuto presente con cura» ( de ecclesia.com). Per mantenere una certa chiarezza ed evitare la confusione sonora si deve badare alla reverberazione e curarsi di essa. La chiesa dunque è il primo e indispensabile strumento che accompagna il canto gregoriano. Ma in ogni comunità pur bene arrangiata e perbene leccata, c’é sempre qualche “tizio” un pò “irto” che, a volte, può produrre un rumore vocale strano od uno sbaglio. L’acustica generosa dell’ oratorio consente di nascondere lo sbaglio vocale se gli uditori non sono troppo vicini a quel “tizio” un pò eterogeneo. In modo inconscio, il coro si adegua e fa suonar la chiesa come se facesse suonare il flauto. Può darsi che il ritorno delle note con l’eco avrà contribuito alla creazione di quelle melodie monodiche di typo modale valorizzando certe corde su cui si ritorna, si insista, per fare “chorus” con l’oratorio. Infatti ogni chiesa ha un affinità per una nota particolare o per una delle sue armoniche, ed intra in risonanza con essa. Se non è questo uno degli elementi della sua genesi, nondimeno avrà consentito una miscela buona col canto modale. Il gregoriano, canto d’oratorio, incontra il suo accompagnamento proprio “a capella”, dalla cappella, si potrebbe dire. Di fatto l’espressione va tradotta “senza accompagnamento” che sarebbe invece la traduzione di “a nihilo” o “sine organo”. A questo proposito, l’accompagnamento da un organo non sarà senzaltro un requisito ma può esser utile per alcuni cori, a patto che non sia un impulso ma rimanga un accompagnamento, un filo discretissimo che prolunghi le voci che finiscono così per stabilire una specie di scambio “a dissolvenza-incrociata”, fra la richezza del timbro vocale e la purezza del timbro strumentale.
Alcuni hanno creduto di aver visto una corrispondenza tra le volte romaniche e il canto gregoriano, in particolare con la rotondità del culmine chiamato apice. A cagion dello slancio delle melodie, si potrebbe fare un simile paragone parlando dello stile chiamato gotico. Ma paragonare non è raggionare.

Il canto gregoriano non è un canto per sala da spettacolo o di studio di registrazione. Creato per la preghiera corale, esso non si offre come spettacolo. Doveva osservare certa interiortà e sobrietà per la preghiera quotidiana. Per di più, essendo i coristi innanzittutto religiosi o fedeli, occoreva trovare un’esteticà semplice senza prodezze vocali ma che invece metta in gioco altre qualità che sono quelle della preghiera. In questo senzo sarebbe piuttosto un tipo “pop”. Quindi non va fatto del “bel canto”. Del resto sarebbe presto insopportabile in un ambiente quotidiano.
Il canto piano richiede certa annegazione per immergersi nell’ insieme, in un canto omofono all’unisono ed evitare un’espressività individuale discordante . Il piacere di pregare tutti insieme, di stare in comunione in un’unica espressione risale sull’effetto prodotto. Non serve litigare per imporre le proprie sfumature : sarebbe qui un disastro! Con l’insistenza sulle sfumature queste non sarebbero più… sfumature.
Anche in certi ordini religiosi ove non ci si preoccupa tanto dell’espressione artistica, la preghiera può trasfigurare il canto: per esempio i certosini e in passato i trappisti. « Cantare amantis est » scrivera Sant’Agostino: « Cantare è il fatto de colui che ama » e se si ama quella preghiera cantata, allora canta ed incanta sempre in un modo o nell’altro. Invece, una premura troppo forte per l’arte può risultare disastrosa . Dei cantori o una schola troppo occupati con i loro neumi, darebbero l’impressione sgradevole di guardare e badare più all’arte che alla preghiera. L’arte e la tecnica del canto devono riservarsi alle lezioni e alle ripetizioni di canto. Nelle sacre funzioni è una tutt’ altra cosa: occore lasciare fare l’esperienza acquisita. Più pare naturale e più sarà trasparente il soprannaturale. Naturale non significa arbitrario. Il canto richiede applicazione e premura: e questo è già preghiera . Qui ci troviamo ad un punto delicato ove si può passare dal sublime al ridicolo . È meglio quindi evitare qualsiasi sforzo poco naturale o qualsiasi stile artefatto.

Tutto il precedente caratterizzerebbe piuttosto il canto piano che è “un tipo di musica vocale tradizionale da trovarsi il più delle volte in un ambiente religioso. Questo stile musicale è antico e molto diffuso . Non è tipico dei riti cattolici, e ne troviamo anche esempi nelle cantilene ed altri componimenti dei riti ebraico, musulmano o buddistico. Anche se c’è confusione nei termini, occore distinguere il canto piano (che è uno stile musicale) dal canto gregoriano (che è un repertorio liturgico composto in questo stile) .» (Wikipedia). Questo ci avvicina alle riflessioni del Padre Kim en Joong, un domenicano coreano e un creatore di vetrate : secondo lui si può paragonare il canto sacro del suo paese con il canto gregoriano.

Il canto gregoriano si caratterizza da una certa sobrietà nell’espressione. La carica sensibile è molto sottile di fronte alle nostre musiche contemporanee intrumentali o al canto corale polifonico. È come la forma udibile del silenzio, del silenzio interno. Dio dice « Il rumore d’una brezza leggera » (I Re 19) . Monodico, omofono, “a capella”, tutto questo può sembrare austero tanto più che si deve aggiungere che le note sono isocroniche, cioè che durano lo stesso tempo ( ma i periti ne discutano oggi). Tutto si opera con poche cose sicchè in questo canto c’é una fluidità serenissima, che è quasi al di fuori del tempo. Certuni dicono che procede a dosi omeopatiche e quando prendiamo coscienza d’una sfumatura significa che stiamo esaggerando in modo troppo materiale. Sarà senzaltro eccessivo giacchè una sfumatura anche marcata ma riuscita si fa dimenticare facilmente, non va oltre il livello cosiente. Solo se sbagliamo ne vediamo il lato artificiale come vediamo la mosca sul miele . Le sfumature si fanno spesso per assenza così per rivelare i carattere limpido e simplice d’un brano. E sarà senzaltro illudersi l’adoprare uno stile grossolano per fare il modo “medioevale” immaginandosi che in quello passato remotissimo, l’uomo, quasi scimmia, cantava in modo così grezzo.

Ispirato per la preghiera e l’azione di grazia, si canta gratuitamente per amore di Dio. L’azione di grazia è uno scambio di gratuità . (grazia ci viene del latino “gratis” i.e gratuito, ma anche da “gratus” id est , bello , la parola “grazioza” ha ambedue i sensi . Con gratitudine ed amore, il fedele canta per Dio . Mosso né dal denaro né dalla celebrità, il compositore di gregoriano rimane anonimo: il motore è la carità e l’amore non va pagato, ciò che si ottiene col denaro non è che raffigurzione falsa dell’amore . Cantare per Dio solo lo può fare chi s’incanta con lui in uno scambio grazioso che deve proprio riflettere il canto sacro
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La base della ritmica gregoriana è la parola latina . Nel latino tardivo, contemporaneo del gregoriano, le brevi e le lunghe non sembrano avere importanza, ma invece l’accento tonico è essenziale . Le parole latine vanno accentuate sia in spondeo ove l’accento si colloca sulla penultima sillaba e genera un ritmo binario, sia in dattile sull’ antepenultima per dare un ritmo ternario . Nella teoria di Dom Moquereau sul “Numero musicale” l’accento non va rilegato necessariamente con un ictus. In linea di massima l’accento d’un spondeo è all’alzare, quello d’un dattile al battere . L’accento non è quello italiano, dicono i periti . Bisogna stare attenti a non precipitare in tal modo da produrre delle terzine . Alla melodia piace di rimanere libera di modo a rendersi indipendante rispetto alla parola latina soprattuto nei brani ornatissimi: introiti, graduali, jubilus degli alleluia, offertori, canti di communione, responsori prolissi, certe antifone. I tratti e la psalmodia antifonata e cantata seguono il testo più da vicino .
Il ritmo gregoriano è basicamente una relazione di slancio a distesa : da arsis verso tesis, come si suol dire per il ritmo elementare della parola o dell’incisa, oppure di protasi e di apodosi per il gran ritmo più ampio di parecchi incisi o per un brano intero. Concretamente lo scopo è di far sentire l’elemento conduttore. I signi ritmici possono dare indicazioni sul modo di strutturare il pezzo . Gli episemi orizzontali non vanno espressi necessariamente con un allungamento cantato in modo materiale, indicano invece una sfumatura da rendere. La tendenza attuale è di sopprimere questi segni ritmici . Di fatto divengono indispensabili solo se si usa il cosidetto metodo di Solesmes con il conteggio insegnato oggi presso la “Schola Saint Grégoire” nella città Le Mans ( Francia). Il conteggio non è un tagliare il tempo in misure metronomiche . Rimane libero il ritmo e il conteggio consente solo di mettere in valore il ritmo ora binario ora ternario . A questo scopo la Fondazione Ward ha predisposto un insieme di tecniche gestuali per inculcare bene la ritmica dimodochè divenga come un riflesso nel discepolo .
Forse la lingua latina ebbe qualche effetto secondario sul canto gregoriano . Come le lingue d’origine latina che ne provengono, il latino è una lingua, in cui le vocali hanno un ruolo importante ; è tutto il contrario con le lingue semitiche e le loro consonanti da sbalodire noialtri occidentali . Ora si sa bene che il tenore d’una nota si ferma solo sulla vocale d’una sillaba. L’emissione della consonante precedente presenta solo transiti musicali, un timbro complesso che non ha ancora frequenza stabilizzata . Il suono adopera velocità e ritmo solo sulla vocale con il timbro apposito e la frequenza vibratoria che dà l’altezza nella scala . Una lingua le cui vocali hanno un ruolo sonoro determinante verrà rivestita da una melodia che rilevera le vocali con note ben chiare e giuste . I vocalizzi si fanno sulle vocali senza ripercussione della consonante associata .
Presto presto così la scala diatonica (i.e : senza cromatismo né “sensibili” ) si è imposta . Questa scala comporte l’ottava in 7 toni più un’opzione sul “si” bemolle . Non bisogna sciare e scivolare da una nota sull’altra : i portamenti di voce o “sirene” marcano male nel gregoriano. Tutto va chiaro e tondo ma senza interrompere il suono . Si rilegano le note con una “mora vocis” e così danno l’impressione d’una fascia o di una scrittura manoscritta con la penna, senza “crottatim” sulle note (brutta esecuzione meccanica a note staccate ed affrettate e senza nessuna sfumatura), che andrebbe a danno del grande legato generale del brano. A questo proposito, è consigliabile che tutti i coristi non riprendano il fiato insieme . Per di più, colla voce cantata, non parlata, finisce il suono sempre progressivamente e mai in modo brusco.

La modalità è una caratteristica del canto gregoriano . Proviene da una vecchia tradizione ebrea e greca . Fu studiata e sistematizzata dai nostri metodi scientifici moderni . Era probabilmente abbastanza intuitiva in passato . Almeno non si vedeva il modo d’un brano come una barriera da non oltrepassare . Si individuano 8 modi . La musica classica ne ha soltanto due: maggiore e minore . Ogni modo è una specie d’ambiente caratterizzato dalle sue note favorite : tonica e dominante . Risulta difficile descrivere l’impressione data da ciascuno . Ad esempio, si potreble dire che il quarto è quello dell’ interiorità, il sesto è spesso bambinesco ma mancano le parole tanto più che la varietà impedisce qualsiasi definizione esaustiva . Forse tal tipo di pezzo di musica è caratteristico di un modo come lo si può dire di un viso slavo, latino, tedesco, anglosassone . Ma tutti gli slavi non si rassomigliano, nè tutti i latini; ci sono persino slavi che vanno somigliando i mediterranei sotto il nostro sole ! In gregoriano questo fenomeno è soprattutto dovuto alla centonisazzione del brano. I centoni sono formule melodiche che s’incontrano facilmente in qualsiasi modo . In poche parole, occorre sapere che molti pezzi cambiano modalità per rendere meglio il “suspense”del racconto . Certi responsori della Settimana Santa coi loro cambiamenti di modi, danno l’impressione di coricarsi in un brutto letto con una posizione corporale pessima . E non bisogna stupirsi né meravigliarsi se lo scopo è di farci communicare al letto di dolori che fù la passione di Cristo .
Per tradurre bene il canto gregoriano l’ideale sarebbe sapere come facevano a cantarlo quando avevano il genio musicale melodico in quell’ epoca remota .
Immaginiamo un attimino che il rock avesse preceduto il gregoriano . I nostri esperti avrebbero fortissimi grattacapi se, incontrando manoscritti antichi e per restituire il canto, vedessero soltanto alcuni segni al di sopra di un testo! Possiamo certo essere sicuri che la ricostituzione musicale sarebbe molto diversa dall’ originale dei rockers mediovali, soprattutto se, col fidarsi soltanto sui manoscitti, non si sarebbero accorti che era una musica di moda, per sala da spettacolo, appoggiata da un’acustica artificiale potentissima e tutto questo per generare una pioggia di quattrini ! Con il gregoriano è del tutto il contrario ! Se il rock è sensazionale, il gregoriano invece è ascensionale ! Se si tratta di creare un neorock, è chiarissimo che, col dimenticare lo spirito del tempo rock, ne risulterebbero composizioni grossolane, approssimative ma forse non senza valore se i compositori fossero davvero artisti o avessero del genio. Ma sarebbe in questo caso un tipo nuovo inedito ed inaudito.
La situazione non è, a dire il vero, paragonabile a quella del canto gregoriano giacchè il suo ritorno si fece vivo nell’Ottocento . Questa fu l’ambizione di Dom Guéranger, curatore dell’ordine benedettino in Francia, che diede il via ai lavori ed al restauro di questo canto . Col suo impulso, parecchi monaci ci lavorarono, fra gli altri Dom Jausions, Dom Mercure e Dom Pothier che iniziarono la paleografia musicale a partire dai manoscritti fotografiati in tutta l’Europa, e poi Dom Mocquereau e Dom Gajard che publicarono numerosi libri di canti liturgici . Due papi, San Pio X e Pio XI, promossero il canto gregoriano . Il primo, colla costituzione apostolica motu proprio nel 1903; il secondo da quella intitolata “Divini cultus” del 1928 . Il gregoriano venne imposto come canto liturgico nella Chiesa . La costituzione sulla liturgia- del Vaticano II- lo raccomanda e lo promuove ancora ma in maniera non esclusiva: « Nel gregoriano, la Chiesa riconosce il canto vero e proprio della liturgia romana; e che occupa il posto migliore negli atti liturgici » .
Malgrado il disaffeto quasi generale, Solesmes ha proseguito i propri sforzi . Sono i lavori da scienziato di Dom Eugène Cardine con la sua “Semiologia gregoriana” (Solesmes 1970) seguita da quelli di Dom Jean Claire et Dom Saulnier .
Con la semiologia Dom Cardine andava più avanti nello studio dei segni manoscritti . E questo consentì una conoscenza più grande nel modo d’interpretare le melodie . Se tutti ammettono che si siano fatti parecchi passi avanti verso la conoscenza dei manoscritti, tuttavia invece le indicazioni pratiche consigliate per l’utilizzazione di questo nuovo metodo non hanno raccolto l’unanimità. Molti preferiscono attenersi al “Metodo di Solesmes” come nei tempi di Dom Gajard .
Dom Gajard ha lavorato molto nel campo paleografico e nel contempo era maestro di coro a Solesmes a differenza di Dom Cardine e Dom Saulnier oggi .
Egli aveva un approccio da scienziato moderato dal pragmatismo di chi sa come si comporta un coro ed è consapevole di ciò che se ne può sperare . Numerosissimi sono quelli che giudiciano e pensano che il coro monastico di Solesmes, sotto la direzione sua, aveva raggiunto il suo culmine .
Praticamente, i cori monastici fanno mostra di un certo consenso benchè non presentino lo stesso metodo tra di loro . Le differenze nell’esecuzione si fanno più vive quando si tratta dei cantori in schola o in solo . È una tutt’ altra cosa pei cori di laici che propongono una scelta molto varia d’interpretazioni che va dal cultuale di parrocchia allo spettacolo epico .

Alcune differenze:
Il metodo di Solesmes( Dom Gajard) consiglia una grande regolarità basica con relative variazioni di tempo . I culmini vanno rotondi: è balistica ! Al inizio un impulso non battuto conferisce uno slancio che sparisce a mano a mano nell’ascensione . Giunto al culmine si perde totalmente velocità, poi viene la discesa ma con apertura di un paracadute che consente di toccare il suolo in bellezza e con bel garbo. Così la dinamica può liberarsi della parola latina nei vocalizzi e la melodia torna ad essere maestra del gioco . La chironomia del maestro di coro va definita in modo perfettamente preciso . Ne deriva un’ impressione generale d’intemporalità sacra .
Il nuovo metodo ( Dom Cardine, Canonico Jeanneteau, Dom Jean Claire, Dom Saulnier ): qui l’impostazione è diversa e si potrebbe parlare di un’assenza di metodo in quanto è lasciato più campo libero nell’interpretazione. Andiamo però piu avanti nei ragguagli . Le corde modali ( tonica, dominante ) vanno ancora di più messe in relievo e esercitano un’attrazione sempre più forte all’ avvicinarsi ai culmini. Si può paragonare con una calamitazione verso apici meno evanescenti . Paragoniamo col Cantico dei Cantici : se l’amante si nasconde, è allora uno staccare subito, il climacus di soccorso va sdrucciolato a vele gonfie ! S’impone sempre il ritmo della parola latina . Il conteggio non va adoperato . La chironomia del maestro di coro è intuitiva . L’impressione generale è quella d’un muovere più vivo, di una modalità più staccata e rilevante .

La prima generazione di manoscritti aveva rarissime indicazioni melodiche . Venivano scritti segni al di sopra dei testi . Il più famoso è quello del monastero di San Gallo (Sankt Gallen) nella Svizzera . Questi monascritti con neumi, benchè non indichino il tenore delle note danno invece molti ragguagli per le sfumature. E quello suppone uno sfondo tradizionale orale delle melodie .
Si attribuisce a Guido d’Arrezo, nel corso della prima metà del 11° secolo (morì nel 1050 ) la paternità del rigo musicale con più linee e i nomi delle note dell’esacordo basico Ut-Re-Mi-Fa-Sol-La ( cf. Inno “Ut queant Laxis” del vespro della solennità di San Giovanni Battista) . Quelle invenzioni forniranno finalmente accuratamente la linea melodica dei canti .
È certo, e lo fanno rilevare gli autori moderni, che la notazione diastematica è povera di indicazioni ritmiche nei confronti della notazione neumatica ( San Gallo) (Pierre Billaud). « Nel Duecento, la penna di oca sostituisce il calamo e ciò deforma la scrittura: i segni si appesantiscono, si sformano e la notazione quadrata adoperata ancora oggi nel gregoriano sostituisce a poco a poco i neumi » ( Mireille Helffer).
La penna quadrata non va tagliata in punta ma mostra una cresta dritta . Questa cresta sta perpendicolarmente alle linee di rigo . Questa particolarità consente di costruire delle note quadrate a volte un pò convesse come per il punctum , o dei neumi più lunghi, tale il porrectus con una scrittura più o meno grassa, più sottile all’ inizio e più grossa al finale, secondo la curva del disegno . Per l’oriscus, la penna traccia una “s” piccola, orrizontale . Per il strophicus, invece, la cresta va messa a 45 gradi . Per il piccolo liquescente, risulta impossibile farlo colla stessa penna, e via di seguito . La stampa editrice osserva più o meno l’estetica della calligrafia a penna di oca quadrata . Il progamma informatico “GregEdit” per conto suo tratta di attenersi quanto si può a quel tipo di scrittura e di fornire la panoplia delle molteplici combinazioni neumatiche .
Il canto gregoriano vive oggi un rinnovo d’interesse certo . Numerose interpretazioni vanno fatte e ciò genera certa competitività che ci stimola . Ma per l’uso cultuale, invece, il senso liturgico restringe la scelta verso soluzioni adequate e soddisfacenti .